Il Trattamento di Fine Rapporto rappresenta una delle componenti più importanti nella vita professionale di un lavoratore. È una somma che si costruisce anno dopo anno e che viene riconosciuta al termine del rapporto di lavoro. Il suo obiettivo è fornire una riserva economica che accompagna il lavoratore in un momento di cambiamento, che si tratti di un nuovo impiego o dell’accesso alla pensione. Negli anni il TFR è diventato anche uno strumento utile per integrare la futura pensione, grazie alla possibilità di destinarlo alla previdenza complementare.
La normativa prevede diverse modalità di gestione e queste variano in base alla data di iscrizione del lavoratore alla gestione pensionistica obbligatoria. Comprendere questa distinzione è essenziale per scegliere in modo consapevole la destinazione del proprio TFR.
La situazione dei lavoratori iscritti alla gestione pensionistica obbligatoria prima del 29 aprile 1993
Chi risulta iscritto a una forma di previdenza obbligatoria prima del 29 aprile 1993 dispone di maggiore libertà rispetto alla gestione del proprio TFR. La legge consente infatti di mantenerlo accantonato presso l’azienda oppure di destinarlo a un fondo pensione complementare. Questa possibilità deriva dal quadro normativo costruito negli anni successivi, che ha gradualmente introdotto il concetto di previdenza complementare senza imporre scelte automatiche ai lavoratori più anziani nel sistema.
Scegliere di lasciare il TFR in azienda significa accantonarlo anno per anno, con una rivalutazione calcolata applicando una quota fissa dell’uno virgola cinque per cento e una quota variabile pari al settantacinque per cento dell’inflazione rilevata dall’Istat. La liquidazione avverrà in un’unica soluzione al momento della cessazione del rapporto.
In alternativa è possibile aderire a un fondo pensione complementare. In questo caso il TFR viene versato nel fondo e cresce all’interno di una forma di investimento previdenziale che permette di costruire una rendita da affiancare alla pensione pubblica. La cornice normativa che ha introdotto e regolamentato questa scelta si fonda sulla legge del 1995 nota come riforma Dini e successivamente sul decreto legislativo 252 del 2005.
Le regole per chi è stato iscritto dal 29 aprile 1993 in poi
Per i lavoratori iscritti alla gestione pensionistica obbligatoria dopo il 29 aprile 1993 il meccanismo è differente e la normativa ha introdotto scelte più orientate verso la previdenza integrativa. Il legislatore ha previsto che il lavoratore debba manifestare una scelta entro sei mesi dall’assunzione. La decisione può essere quella di mantenere il TFR in azienda oppure di versarlo a un fondo pensione. Se però il lavoratore non esprime alcuna preferenza, la legge stabilisce che il TFR venga destinato automaticamente a un fondo pensione. Questo meccanismo è noto come silenzio assenso e rappresenta uno strumento con cui il sistema ha inteso promuovere la previdenza complementare a tutela della futura pensione.
Il conferimento tacito avviene verso il fondo previsto dagli accordi collettivi di riferimento oppure, quando non esiste un fondo specifico, verso altre forme individuate dalle norme vigenti. In questo modo la costruzione della pensione integrativa inizia in maniera automatica anche quando il lavoratore non compie una scelta attiva.
Il ruolo dei fondi pensione e i vantaggi fiscali
La previdenza complementare offre un insieme di vantaggi significativi. Oltre alla prospettiva di una rendita aggiuntiva rispetto alla pensione pubblica, esiste una fiscalità più favorevole rispetto ad altre forme di risparmio. I contributi volontari versati dal lavoratore nel fondo possono essere dedotti dal reddito imponibile entro un limite annuo previsto dalla legge. Questo consente un risparmio fiscale immediato che si affianca al rendimento maturato dal fondo. Anche la tassazione applicata al momento dell’erogazione della prestazione finale è ridotta rispetto al sistema ordinario. È un aspetto che rende la previdenza complementare una scelta interessante soprattutto nel lungo periodo.
La liquidazione finale e le diverse forme di erogazione
La scelta sulla destinazione del TFR incide anche sulle modalità con cui la prestazione finale verrà erogata. Quando il TFR rimane in azienda viene pagato in un’unica soluzione alla cessazione del rapporto. Quando invece viene conferito a un fondo pensione la prestazione può assumere forme diverse. Il lavoratore può decidere di ricevere una parte del capitale in forma unica e la restante quota sotto forma di rendita vitalizia. In alcuni casi, previsti dalla normativa, è possibile ottenere un’erogazione interamente in capitale.
I principali riferimenti normativi
Il sistema attuale si fonda su una serie di norme che hanno costruito e poi perfezionato l’istituto del TFR e della previdenza complementare. La legge del 1982 ha definito il meccanismo di calcolo e di rivalutazione del TFR. Il decreto legislativo del 1993 ha introdotto una prima regolamentazione dei fondi pensione. La riforma Dini del 1995 ha rafforzato la previdenza integrativa e infine il decreto legislativo del 2005 ha disciplinato in modo completo il sistema attuale, comprese le modalità di scelta del TFR e il funzionamento del silenzio assenso.
Considerazioni finali per orientarsi tra le scelte possibili
Non esiste una scelta che valga in modo identico per tutti, perché ogni lavoratore ha una storia professionale diversa e prospettive differenti rispetto al futuro. La destinazione del TFR è un passaggio che richiede attenzione e va valutato con consapevolezza, tenendo conto del proprio orizzonte temporale, delle necessità personali e della struttura del sistema pensionistico attuale.
Chi è stato assunto prima del 29 aprile 1993 può trovare conveniente mantenere il TFR in azienda se desidera una liquidazione in un’unica soluzione al termine del rapporto. La previdenza complementare rimane comunque una possibilità interessante, soprattutto per chi vuole costruire una rendita integrativa nel lungo periodo e beneficiare della fiscalità agevolata.
Per chi è stato assunto successivamente il sistema è pensato per spingere naturalmente verso i fondi pensione. Il silenzio assenso porta infatti a destinare in modo automatico il TFR alla previdenza complementare. In questo caso è fondamentale comprendere che la pensione futura sarà determinata principalmente dal metodo contributivo, che restituisce una prestazione legata all’ammontare effettivamente versato durante la carriera. Questo rende ancora più importante valutare la possibilità di integrare la pensione con una forma complementare.
Rimane però un aspetto delicato che merita attenzione. La previdenza complementare ha lo scopo di offrire una rendita aggiuntiva rispetto alla pensione pubblica, ma questo comporta una scelta precisa. Il lavoratore investe il proprio TFR nei fondi pensione e rinuncia alla disponibilità immediata di quella somma al termine del rapporto di lavoro. Quando arriva il momento della pensione non si riceve un importo analogo al TFR accantonato in azienda, ma si ottiene una rendita periodica che deriva dal capitale accumulato nel fondo.
Molti lavoratori che sono andati in pensione prima dell’introduzione della previdenza complementare hanno beneficiato di una situazione molto diversa. Da un lato hanno percepito una pensione calcolata interamente con il metodo retributivo e dall’altro hanno ricevuto per intero il TFR, spesso dopo trentacinque o quarant’anni di lavoro. È un modello che ha garantito una pensione pubblica elevata e una liquidazione significativa alla fine della carriera.
Il sistema attuale funziona diversamente. Le pensioni sono generalmente più basse perché il metodo contributivo restituisce una prestazione legata ai contributi effettivamente versati e non più alle retribuzioni finali. Questo significa che, per avvicinarsi ai livelli di tutela previdenziale del passato, il lavoratore è spinto a destinare il proprio TFR ai fondi pensione. La previdenza complementare diventa quindi una necessità più che un’opzione, ma allo stesso tempo comporta la rinuncia a una somma immediata al termine del rapporto di lavoro. È un cambiamento significativo che richiede piena consapevolezza, perché modifica il modo in cui un lavoratore immagina il proprio sostegno economico al termine della carriera.
In conclusione ogni scelta deve essere ponderata valutando con attenzione il proprio futuro previdenziale e il valore che si attribuisce a una liquidazione immediata rispetto a una rendita nel lungo periodo.
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