Quando parliamo di sport dilettantistico in Italia spesso pensiamo ancora alle maglie stese ad asciugare negli spogliatoi, ai campi in periferia, agli allenatori che escono dal lavoro e corrono ad aprire il cancello del campo. Un mondo fatto di passione, volontariato e legami umani fortissimi. Eppure, sotto questa immagine romantica, negli ultimi anni è cambiato quasi tutto. La riforma del lavoro sportivo ha portato dentro palestre, campi e piscine un linguaggio nuovo fatto di contratti, inquadramenti, contribuzione, tutele.
Le associazioni e società sportive dilettantistiche si sono trovate improvvisamente su un crinale delicato. Da una parte c’è l’esigenza sacrosanta di dare dignità al lavoro di allenatori, istruttori, preparatori, dirigenti retribuiti, arbitri e di tutti quei soggetti che da sempre reggono la struttura quotidiana di una società sportiva. Dall’altra parte c’è la paura di non farcela sul piano economico e organizzativo. Molte ASD e SSD vivono su equilibri fragili, tra quote dei tesserati, sponsorizzazioni sempre più difficili e costi fissi che aumentano. Oggi devono aggiungere una gestione strutturata dei rapporti di lavoro con obblighi contributivi, assicurativi e fiscali che non possono più essere ignorati.
Per le realtà sportive dilettantistiche il primo grande impatto della riforma è culturale. Significa accettare che chi allena tre sere alla settimana, chi segue i ragazzi alle gare la domenica, chi si occupa della segreteria o della comunicazione non è solo un volontario generoso, almeno non sempre. In molti casi è un lavoratore sportivo, con un ruolo che ha un valore economico e che genera diritti. Superare l’idea che nel dilettantismo tutto sia solo passione è un passaggio difficile, ma inevitabile.
Sul piano operativo le difficoltà non mancano. Una ASD che prima liquidava compensi occasionali con poca burocrazia oggi deve individuare la forma corretta di inquadramento, capire se si rientra nel perimetro del lavoro subordinato, della collaborazione coordinata e continuativa o del lavoro autonomo sportivo, rispettare limiti e esenzioni, gestire comunicazioni e adempimenti. Per strutture piccole senza un ufficio amministrativo interno tutto questo significa affidarsi in modo più stretto al consulente del lavoro o a figure esterne specializzate. È un costo, ma anche una forma di protezione, perché gli errori in materia di lavoro non sono più percepiti come piccoli rischi marginali e possono avere conseguenze serie.
Le federazioni sportive si trovano in una posizione altrettanto delicata. Da un lato devono recepire e tradurre la riforma in regolamenti, linee guida, modulistica, percorsi formativi. Dall’altro lato sono continuamente sollecitate da società sul territorio che chiedono risposte concrete su casi specifici, spesso al confine tra una categoria e l’altra. Il ruolo delle federazioni oggi non è solo tecnico sportivo ma anche educativo rispetto alla cultura della legalità nel lavoro sportivo. Non basta dire alle società che devono adeguarsi, serve accompagnarle con esempi pratici, schemi di contratto, indicazioni omogenee su come trattare i diversi ruoli che esistono dentro l’ordinamento sportivo.
Dal punto di vista dei lavoratori sportivi, la riforma rappresenta sicuramente un passo avanti. Per molti allenatori e istruttori significa iniziare a costruire una storia contributiva, avere coperture assicurative più strutturate, potersi vedere riconosciuti come lavoratori e non solo come appassionati pagati con un rimborso. Questo è un elemento di giustizia e di civiltà giuridica che era atteso da tempo. Ma è anche vero che una parte del mondo sportivo vive questa transizione con timore. Chi per anni ha percepito compensi in forma molto semplificata teme che il nuovo sistema possa ridurre le opportunità, spingere le società a tagliare attività o a ridurre il numero di collaboratori.
Il cuore del problema sta proprio qui. Come tenere insieme il bisogno di tutele e la sostenibilità delle realtà dilettantistiche. Il rischio è che la riforma venga letta solo come un aggravio di costi e burocrazia e non come una occasione di crescita. In realtà gli elementi positivi sono tanti. Un rapporto di lavoro più chiaro riduce i conflitti, permette a società e lavoratori di programmare con più serenità, rende più credibile il mondo sportivo anche agli occhi di sponsor e istituzioni. Un allenatore che vive il proprio ruolo con la consapevolezza di avere diritti e doveri definiti tende a percepirsi ancora di più come professionista, anche se resta nel dilettantismo. Questo può innalzare la qualità del lavoro sul campo e la qualità del servizio offerto agli atleti, soprattutto ai più giovani.
Naturalmente tutto questo richiede tempo. La fase che stiamo vivendo è una fase di assestamento in cui interpretazioni diverse, dubbi applicativi e continui chiarimenti creano la sensazione di una normativa in movimento. Qui si gioca una partita importante sul piano dell’attualità. Se il mondo sportivo percepirà la riforma come un percorso condiviso, in cui istituzioni, federazioni, consulenti e società lavorano nella stessa direzione, allora nel medio periodo il sistema potrà trovare un proprio equilibrio. Se invece prevarrà la logica della rincorsa all’adempimento minimo e della paura di sbagliare, rischiamo di vedere un arretramento di attività, soprattutto nelle zone più fragili del territorio.
Per chi vive lo sport dall’interno, come dirigente, tecnico, atleta o semplice genitore, è fondamentale cambiare prospettiva. Le società sportive non sono più solo luoghi di volontariato, sono anche piccoli datori di lavoro che muovono numeri, responsabilità, progetti educativi. Le figure che operano al loro interno non sono più invisibili. Hanno un nome, un ruolo riconosciuto dall’ordinamento e un posto preciso in quella grande architettura che è lo sport italiano.
I punti di forza della riforma stanno nella possibilità di far emergere questo lavoro, di renderlo visibile e di valorizzarlo. Le difficoltà riguardano la capacità del sistema di accompagnare soprattutto le realtà più piccole in questo cambiamento. Servono formazione, strumenti semplici, modelli chiari. Servono anche scelte politiche che continuino a tenere conto della natura particolare dello sport dilettantistico che rimane un presidio sociale oltre che un soggetto economico.
In fondo la domanda che dobbiamo farci oggi è semplice. Vogliamo che lo sport dilettantistico resti un mondo affidato solo alla buona volontà di pochi o vogliamo riconoscerlo per quello che è diventato, una rete diffusa di comunità che hanno bisogno di regole chiare e di lavoro riconosciuto. La riforma del lavoro sportivo sta provando a rispondere a questa domanda. Sta a noi, come società sportive, federazioni, operatori e cittadini, decidere se viverla come una minaccia o come una occasione per costruire uno sport più giusto, più solido e più consapevole.